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Il fascino dell’Egitto

 

Il fascino dell’Egitto
 

Autore: F.T. Marinetti (dell’accademia d’Italia)
Editore: Arnoldo Mondadori editore
Anno: 1933 – Prima edizione
Condizioni: COME NUOVO
Categoria: FUTURISMO MARINETTI EGITTO ORIENTE PRIME EDIZIONI VIAGGI LIBRI CULT
ID titolo:64204943

"Il fascino dell’Egitto" è in vendita da lunedì 27 maggio 2019 alle 13:00 in provincia di Parma

Note su "Il fascino dell’Egitto":
«Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano» (Filippo Tommaso Marinetti, da Manifesto del Futurismo).
Formato in sedicesimo, brossura muta con sovraccoperta risvoltata a tamburo, pergamino semitrasparente protettivo, Prima Edizione in volume, pagine 172 (8). Raccolta di prose nella elegante e curata veste editoriale de «Lo scrigno» Mondadori primo volume di una serie di sette che usciranno fino al 1942 nella stessa collana. Cfr. Cammarota, Marinetti, 175. Ottimo esemplare, raro a trovarsi completo di pergamino protettivo ( con minimi difetti) e ’’priére d’insérer editoriale’’ in carta gialla. Esemplare parzialmente intonso , eccezionale freschezza delle pagine interne. Sovraccoperta originale, restaurata nel margine inferiore sx del primo piatto per circa 8 cm. con materiale cartaceo originale coevo all’opera, nel complesso eccellente esemplare da collezione.
All’incendiario Filippo Tommaso Marinetti, padre-padrone del Futurismo, «caffeina d’Europa» secondo i giornali che ne commentavano le imprese, demolitore della sintassi e propugnatore delle parole in libertà, distruttore – fin dal manifesto fondativo del suo movimento, pubblicato il 20 febbraio 1909 – di tutto ciò che riguardasse il passato, guerrafondaio in ambito politico e culturale, propugnatore della necessità di uccidere il chiaro di luna come emblema di una tradizione letteraria ’’passatista’’, ci voleva l’Egitto, la terra dove era nato il 22 dicembre 1876, per ricredersi. La nascita ad Alessandria e i primi sedici anni di vita trascorsi nel paese africano, dovevano lasciare, in lui, una traccia profonda, fatta di suoni, di colori, di suggestioni, di luoghi. Una traccia che emerge non solo nell’ambientazione immaginaria di Mafarka il futurista (1909), nelle parole in libertà di Dune (1914) o nell’improbabile – ma futuristicamente militante – romanzo (termine, questo, che avrebbe fatto inorridire il suo autore) intitolato Gli Indomabili, pubblicato nel 1922, ambientato tra dune del deserto e oasi e riscaldato dalla brutale forza del sole («Il sole colava, colava miliardi e miliardi di raggi pesanti d’oro. Raggiera di tubature roventi perpendicolari»); ma che affiora anche in testi teorici e, addirittura, nelle righe iniziali del Manifesto del Futurismo, quasi come se Marinetti riuscisse a trovare solo nel mondo dell’infanzia e della giovinezza le immagini per lanciare la sua sfida culturale, tra «lampade di moschee dalle cupole d’ottone» e «opulenti tappeti orientali». Il paese attraversato dal Nilo non è, per Marinetti, una terra conosciuta attraverso immagini di cartoline o libri illustrati: questo Egitto, ’’sentito dire’’ e mai visitato, è il luogo al quale fa riferimento Aldo Palazzeschi, che, negli anni della sua militanza futurista, oltre a scrivere il romanzo più importante nato dall’ondata demolitoria (Il Codice di Perelà, 1911) e le poesie dell’Incendiario, elaborava anche La piramide, un racconto lasciato in sospeso negli anni della guerra e pubblicato solo nel 1926, ma che dalla stagione avanguardista nasceva e che – forse non a caso – tirava in ballo anche il paese in cui Marinetti (amico fino al 1914, quando la guerra europea allontanava il pacifista Palazzeschi dall’interventismo futurista) era nato. Per Palazzeschi l’Egitto diveniva, nelle pagine della Piramide, una delle mete per viaggi da preparare, da pregustare, ma da non compiere, per una pigrizia di fondo ma anche per la paura di veder crollare sotto i colpi della realtà l’immagine ideale di un luogo sognato. Per Marinetti, al contrario, l’Egitto rappresentava le radici, la stazione di partenza per una movimentata esistenza. E anche il luogo di fronte al quale potevano crollare tutte le impalcature ideologiche e culturali. L’uomo che torna in Egitto e che racconta questo suo viaggio in articoli usciti a puntate sulle pagine della torinese «Gazzetta del Popolo» (tra 1930 e 1931) e poi raccolti nel volume Il fascino dell’Egitto (1933), non è semplicemente l’incendiario divenuto, con il trascorrere degli anni, pompiere e neppure l’incontenibile propugnatore della velocità e della modernità che si è dolcemente accomodato nelle vesti dell’Accademico d’Italia. È lo scrittore (autentico, almeno in questo caso) che rende omaggio alla propria terra, che racconta il fascino di un paese, tra ricordi del passato che riaffiorano e immagini del viaggio compiuto nel presente. Un viaggio fatto, fin dalle prime righe, nel segno del ritorno: «Ritornavo dopo molti anni dinamici e creativi verso un punto fermo di contemplazione: il mio Egitto natale. Da tempo mi chiamavano i suoi cieli imbottiti di placida polvere d’oro, l’immobile andare delle dune gialle, gli alti triangoli imperativi delle Piramidi e le palme serene che benedicono il grasso padre Nilo allungato nel suo letto di terra nera e di erba verde».Tutto ciò che vede o che ricorda appartiene alla sfera del positivo, dell’affascinante, del bello. E anche la scrittura con la quale racconta, non ha più niente del frantumato paroliberismo, ma sfiora a tratti la prosa d’arte, che trionfava, almeno per una breve stagione, nell’Italia del ritorno all’ordine.Ci sono i minareti e le palme («[…] il candido stelo fiorito di un minareto e il ciuffo altissimo di una palma si diluivano come due pastiglie di pace obliosa nell’acqua argentea del crepuscolo»); le mura della Cittadella del Cairo, dalle quali si affacciano i cannoni inglesi («[…] alti giubboni di pietra perpendicolari color deserto, pieghe rigide e bocche nere di cannoni inglesi all’occhiello»); l’Università di El Azhar, che un tempo, magari, avrebbe voluto incendiare come tutte le accademie ma che ora (e qui) visita e ammira: «Grande cortile chiuso da porticati. In fondo la moschea smarrisce nell’alto polverìo solare cupola e minareto per offrire giù la penombra fresca delle sue stuoie». Ci sono gli occhi neri di Fatma, ma anche i tramonti da contemplare sul deserto, il Nilo con il quale dialogare, le piramidi sulle quali non grava più l’anatema lanciato nel 1909 contro tutto ciò che appartiene al passato. C’è la piramide di Sakkarah («Entro nella afosa imbottitura di un orizzonte di sabbia. Sakkarah»), ma anche, naturalmente, quelle di Giza: «[…] lo splendore arancione delle piramidi. Tre. Geometriche. Ognuna col suo triangolo d’ombra cadente come un mantello fissato sull’occipite». Di fronte a una di queste (e, subito dopo, di fronte alla Sfinge), si ferma in religioso silenzio: «Arde tutta, ma è tutta fresca di spazio quella ansia costruita di tre strade che, per giungere al sole, rizzandosi s’incontrano nella cima luminosa. Religiosamente ne visito la base. Altezza umana ogni blocco. Poi me ne distacco. La groppa gigantesca, la coda girata e le zampe allungate di mattoni della Sfinge offrono miseri tappeti d’ombra». C’è spazio anche per la luna e per il suo chiarore, in questo libro scritto sul filo della nostalgia. Sono lontani gli anni del manifesto Uccidiamo il chiaro di luna. L’Egitto è il regno di un antichissimo passato, ma anche di una trascorsa stagione della propria vita. È qui che, all’altezza del 1930, Marinetti, oltre ad ammirare l’antichità delle piramidi, si inchina di fronte alla regina della notte che sta tramontando al sopraggiungere dell’alba: «Alba triste, stanca e disillusa. Sulla campagna fosca era effuso un silenzio di morte. Lentamente il cielo si strinava d’argento verdognolo. Oltre i campi coltivati, l’ondulazione delle sabbie si colorava delicatamente di viola alle carezze della luna declinante. Una luna calda e molle, color di ruggine gialla, calava, come una goccia d’oro, verso il mare lontano».
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.









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D.LGS 205/2006 - D.LGS 21/2014
Aggiornato al 13 giugno 2014

Articolo 3
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...
c) professionista: la persona fisica o giuridica che agisce nell'esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale, ovvero un suo intermediario;

Articolo 63
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2. Tuttavia, il rischio si trasferisce al consumatore gia’ nel momento della consegna del bene al vettore qualora quest’ultimo sia stato scelto dal consumatore e tale scelta non sia stata proposta dal professionista, fatti salvi i diritti del consumatore nei confronti del vettore.

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